
Perché questo film? Per promuovere i diritti fondamentali di tutte le donne e delle bambine in ogni parte del mondo.
India, 1938. Chuya, una ragazzina di appena otto anni, viene allontanata dalla sua famiglia e trasferita in una casa ritrovo per vedove indù, per espiare la colpa d’un marito perso e mai conosciuto, attraverso l’eterna penitenza imposta dai testi sacri. Tra veglie e preghiere, la ragazzina porterà una ventata di freschezza - e di scompiglio - che contagerà l’affascinante Kalyani, giovane vedova innamorata di Narayan, un fervente idealista sostenitore di Gandhi. Il film di Deepa Mehta va a concludere una personale trilogia sugli elementi acqua, fuoco e terra. Il tema trattato - la condizione della donna e in particolare delle vedove - apre nuovi spiragli su una condizione di disagio che ancora oggi, a distanza di cinquant’anni dalle conquiste del "profeta" Gandhi, contagia centinaia di migliaia di donne costrette alla ferrea osservanza delle pratiche religiose.
La vedovanza è triste. La vedovanza indù, un inferno. Tre sono le possibilità. Primo: ardere sulla pira del consorte. Secondo: sposare il fratello del defunto, posto che il defunto abbia un fratello e la famiglia dia il consenso. Terzo: vivere un'esistenza di privazioni, onde scontare i peccati che hanno provocato la morte del consorte. Accadeva nel 1938. Accade anche oggi. Secondo Deepa Mehta – che si è vista bruciare il set dai fondamentalisti indù – le vedove murate vive negli ashram sono dieci milioni. Poiché le bimbe vengono promesse spose praticamente quando nascono, Chuyia resta vedova a otto anni. Le tagliano i capelli, la portano in un ricovero che ospita una quindicina di donne. Di là dal fiume, i ricchi sparlano di un certo Gandhi, additandolo come la rovina dell'India: "Prima tutto funzionava come un orologio inglese".
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